Dell’importanza della terza missione e di chi dovrebbe farla



Anche se negli ultimi mesi non sono mancati articoli importanti, molto ben scritti ed esaustivi, che ponevano critiche piuttosto feroci nei confronti della cosiddetta terza missione, più di recente la discussione è esplosa anche a livello di social media, a partire da un articolo di opinione a firma di Claudio Giunta, pubblicato da Il Post, che a sua volta partiva da questo articolo di Claudio Marazzini.

Chi è già dentro il mondo universitario ha sicuramente ben presente di cosa si sta parlando, per gli altri basti sapere che la terza missione, che si affianca alla prima missione (la didattica) e alla seconda (la ricerca), è un insieme di attività che mirano a trasferire conoscenze e innovazioni al di fuori del contesto accademico, creando un impatto diretto sul territorio e sulla società. Si snoda principalmente in due diverse strade: una rivolta alle aziende, con la creazione ad esempio di start-up che si affiancano alla ricerca accademica, o con la pubblicazione di brevetti e licenze per l’utilizzo delle tecnologie e dei metodi che la ricerca ha creato, e l’altra invece rivolta alla comunità, quella che viene comunemente indicata come divulgazione, in cui figurano attività come seminari, festival o la famosa notte dei ricercatori.

Sono tutte attività che portano via una gran quantità di tempo ed energie, che vengono pertanto sottratte proprio alla ricerca che dovrebbe essere il lavoro primario di un ricercatore.


E io sono assolutamente d’accordo.


Molti immaginano la vita del ricercatore come a metà fra quella avventurosa di un Indiana Jones o un (più realistico) Charles Darwin e quella fatta di provette e lavagne piene di formule complesse, come quella di Einstein o Marie Curie. In realtà fare il ricercatore è un lavoro che, pur pieno di soddisfazione e se vogliamo divertimento, spesso è fatto anche di burocrazia, come quella legata all’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) con tutti i suoi punteggi e le sue valutazioni, o quella legata alla ricerca di finanziamenti che costringono spesso il ricercatore a dover fare vero e proprio marketing. Nel caso poi dei professori, vi si deve aggiungere le ore dedicate a una didattica che si evolve e che non è più soltanto lezione frontale ma laboratori, workshop, incontri e quant’altro. Per non parlare della corsa alla pubblicazione che, almeno nell’ambito scientifico, crea storture tutte sue su cui non mi soffermerò.

Quello su cui non sono invece per nulla d’accordo è la conclusione per cui la terza missione sia di scarsa importanza, in particolare nelle discipline umanistiche. 

Non sono una grande fan di una distinzione così netta fra discipline umanistiche e scienza, perché spesso si tende sempre a sminuire una in favore dell’altra, con la scienza che è “utile” (aggettivo usato sia come insulto che come vanto) e il sapere umanistico relegato (o esaltato) a puro diletto mentale. Trovo che sia davvero ingiusto e sminuente nei confronti di entrambi questi rami del sapere, assai più intrecciati di quanto pensiamo, anche a causa di una divisione manichea e artificiale che ci viene inculcata fin dalla scuola.  E credo fermamente che la cultura, che sia scientifica o umanistica, debba far parte integrante della vita della società a 360 gradi. Università ed enti di ricerca, come principali attori nella produzione di questo sapere, sono a mio parere fondamentali anche nella diffusione di questo sapere, in particolare nella società “civile”. Ma allora come conciliare questa fondamentale necessità con la consapevolezza che un ricercatore ha bisogno di potersi focalizzare sulla produzione di questo sapere?

In tutti questi ragionamenti, articoli, lamentele, come abbiamo visto giustificate dal punto di vista di un ricercatore, c'è una grande assenza: non viene mai nominato, neanche una volta, chi effettivamente per lavoro si occupa di questo. Di disseminazione della cultura. Insomma, di terza missione.

Quando si parla di divulgazione (scientifica o umanistica che sia) si pensa immediatamente ai Barbero e ai Piero Angela, a chi gira video su YouTube e su Instagram, a chi gira l’Italia con gli spettacoli ai festival della scienza e alle fiere del libro. Eppure il mondo della divulgazione (scientifica, che è quello di cui faccio parte e che è il mio lavoro, ma esistono molti esempi anche in ambito umanistico) è assai variegato e composto da professionisti che lavorano in tanti ambiti diversi, come ad esempio proprio l’università e i centri di ricerca.

Un divulgatore che lavora all’interno dell’accademia si occupa di organizzare e coordinare tutte le attività di terza missione che il dipartimento di cui fa parte mette in atto, dalla notte dei ricercatori, dove ad esempio si trova a dover organizzare laboratori, visite o dimostrazioni dei progetti di ricerca anche in ambienti esterni come piazze o exhibiter, ai seminari rivolti agli studenti delle scuole secondarie, in cui ad esempio necessario non solo occuparsi di creare e mantenere i contatti con docenti e dirigenti scolastici, ma anche e soprattutto affiancare i relatori stessi nella preparazione del seminario rivolto a un target estremamente preciso e spesso difficile da gestire. Sempre più istituzioni, inoltre, collaborano con l’accademia per la creazione di mostre ed eventi dedicati alla cittadinanza, che non hanno solo il ruolo di far conoscere l’università, ma che dovrebbero soprattutto contribuire a creare una cittadinanza più consapevole sui temi della scienza e della cultura, attività che richiedono una expertise che ovviamente i ricercatori non possono e non sono tenuti ad avere. Naturalmente chi si occupa di fare comunicazione della scienza in una università o in un centro di ricerca lavora a stretto contatto con i ricercatori che sono la sua fonte primaria e li prepara e affianca nel caso sia richiesta la loro presenza fisica in alcune attività (perché non si può prescindere dalla presenza dei ricercatori quando si comunica la ricerca, in un modo o nell’altro) e in generale si ritrova a dover gestire situazioni molto diverse da caso a caso, a seconda del dipartimento in cui si trova a lavorare e dei ricercatori stessi con cui deve interagire. Ovviamente questo non porta a zero il tempo speso da chi vuol partecipare alla terza missione, ma lo riduce drasticamente, oltre ad innalzarne la qualità e l’impatto, come spesso accade quando a occuparsi di qualcosa è chi ha effettivamente la formazione giusta per farlo.

Questa del “divulgatore in accademia” è una figura che, da ormai alcuni decenni, in molti Paesi esteri, specialmente anglosassoni, è ben diffusa e riconosciuta, direi istituzionalizzata, e in italia si sta iniziando a intravedere qui e là. Ciò che manca è appunto una organizzazione istituzionalizzata di questa figura, la cui presenza è ancora molto dipendente da quanto tal dipartimento o istituto è "illuminato" e dalle risorse finanziarie a sua disposizione, con evidenti grandi disparità territoriali.

Ne deriva un insieme di figure dall'inquadramento contrattuale nebuloso, per lo più assunte con assegni di ricerca che di ricerca hanno pochissimo perchè, appunto, il mestiere è un altro, o con inquadramenti come co.co.co o ancora come tecnologi.

Fa quindi un po’ tristezza, e un po’ rabbia, che quando si parla di terza missione, e di come questa porti via del tempo al lavoro di ricerca, il primo pensiero sia sempre quello di eliminare un qualcosa che viene considerato in fin dei conti superfluo e poco importante e mai quello di chiedere che a fare un lavoro fondamentale per la nostra società sia chi, alla fine, per quel lavoro si è formato e che ne ha le competenze.


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